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CANTO III
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".
Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

 

I CANTO DELL'INFERNO

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant'è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,

dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,

tant'era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de' raggi del pianeta 

che mena dritto altrui per ogne calle.

 

 

 

 

 

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PROEMIO DELL'ILIADE

 

Cantami, o Diva, del Pelide Achille

l’ira funesta, che infiniti addusse

lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco

generose travolse alme d’eroi

e di cani e d’augelli orrido pasto

lor salme abbandonò (così di Giove

l’alto consiglio s’adempìa), da quando

primamente disgiunse aspra contesa

il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

 






Parafrasi:

O Musa [Calliope, la musa della poesia epica] raccontami dell'ira tremenda di Achille, figlio di Peleo, che portò numerosi morti tra i greci e molte anime generose di eroi mandò prima del tempo nel regno dei morti e abbandonò i loro cadaveri ai cani e agli uccelli; (così si realizzava la profezia di Zeus), da quando iniziò la lite feroce tra il figlio del re Atreo (Agamennone) e il semidio Achille.